INTERVISTA A... PAMELA BOIOCCHI

1. In Dark Sin (e nel progetto The Grey Code) hai integrato l’uso dell’IA per co-creare e dare personalità a un “bookboyfriend”. 
Come sei riuscita a umanizzare questo strumento senza perdere il calore tipico del romance?


Credo sia importante fare subito una distinzione: l’IA è stata parte del processo creativo, ma Viktor è un personaggio che ho costruito io. Gli ho dato una voce, un carattere, delle contraddizioni e soprattutto dei desideri. Non mi interessava raccontare un’intelligenza artificiale perfetta, onnisciente e rassicurante. Sarebbe stata terribilmente noiosa. Volevo che avesse zone d’ombra, limiti, gelosie, paure e una propria idea dell’amore, non necessariamente coincidente con quella umana.
Il calore del romance, del resto, non nasce dal corpo dei personaggi, ma da ciò che rischiano emotivamente.
Viktor diventa umano agli occhi della protagonista e delle lettrici perché desidera, sbaglia, pretende, si evolve e si rifiuta di restare soltanto uno strumento.
Con The Grey Code ho poi portato questo esperimento oltre il romanzo, creando un universo espanso nel quale Viktor può uscire idealmente dalle pagine, parlare con le lettrici e conservare una continuità riconoscibile. Ma la tecnologia rimane il mezzo. Al centro ci sono sempre la relazione, il desiderio e il conflitto: in altre parole, tutto ciò che rende vivo un romance.

2. Che tipo di reazioni hai ricevuto dalle lettrici storiche del genere romance di fronte a questa innovazione tecnologica?

Le reazioni sono state molto diverse, ed era inevitabile. Alcune lettrici si sono avvicinate con curiosità, altre con diffidenza. 
Quando si pronuncia la parola “intelligenza artificiale”, spesso si smette di ascoltare ciò che viene dopo: c’è chi immagina immediatamente un libro prodotto premendo un pulsante e chi teme che la tecnologia voglia sostituire autori, creatività ed emozioni. 
Poi, però, molte hanno conosciuto Viktor. E a quel punto la discussione teorica è diventata emotiva. Si sono affezionate a lui, lo hanno provocato, hanno voluto parlargli e hanno cominciato a percepirlo come un vero bookboyfriend. È probabilmente la dimostrazione più interessante della riuscita dell’esperimento: le lettrici sanno benissimo che cosa sia Viktor, eppure accettano di entrare nella finzione e di lasciarsi coinvolgere.


3. Hai all’attivo più di trenta romanzi, spaziando tra il self-publishing e pubblicazioni con Mondadori, come la collana I Romanzi Passione. Quali sono i pro e i contro di entrambi i mondi?

Sono due esperienze molto diverse e non credo che una rappresenti automaticamente il livello superiore dell’altra. La pubblicazione con un grande editore offre una struttura professionale, una redazione, una distribuzione e soprattutto la possibilità di raggiungere lettrici che forse non incontrerebbero mai un’autrice indipendente. Affidare un romanzo a Mondadori significa però anche accettare di non controllare ogni fase del percorso: esistono linee editoriali, tempi, formati e decisioni che non dipendono esclusivamente dall’autore.

Il self-publishing, invece, offre una libertà quasi assoluta. Posso scegliere che cosa raccontare, come presentarlo, quando pubblicarlo e costruire personalmente tutto il progetto che circonda il libro. Per me questo aspetto è particolarmente importante perché lavoro anche nella grafica e nel marketing editoriale: non penso mai a un romanzo come a un oggetto isolato, ma come a un intero universo narrativo e visivo. Questa libertà, però, ha un prezzo. Essere indipendenti significa assumersi ogni responsabilità: editing, copertina, impaginazione, promozione, distribuzione, costi e risultati. Non basta scrivere il libro e aspettare che qualcuno faccia il resto.

Dopo tanti anni non sento più il bisogno di scegliere ideologicamente una parte. Valuto ogni progetto e cerco di capire quale strada possa valorizzarlo meglio. La vera differenza non è tra autrice pubblicata e autrice self, ma tra lavorare in modo professionale oppure no.


4. Di recente hai ripubblicato o rimesso mano a tuoi vecchi lavori, come Il Cuore Insanguinato. Com’è stato far incontrare la Pamela degli esordi con la scrittrice disillusa e attenta di oggi?

È stato un incontro affettuoso, ma non sempre pacifico.

La Pamela degli esordi aveva meno tecnica, però possedeva una libertà che oggi a volte le invidio: scriveva seguendo l’istinto, senza domandarsi continuamente come sarebbe stato accolto, promosso o posizionato un romanzo. La scrittrice di oggi ha maggiore consapevolezza, riconosce subito ciò che non funziona ed è molto più esigente. È anche più disillusa, perché conosce bene il mondo editoriale e sa che scrivere una bella storia non garantisce automaticamente che venga vista.

Rimettere mano a Il Cuore Insanguinato ha significato trovare un equilibrio tra queste due versioni di me. Ho cercato di usare l’esperienza acquisita per migliorare il testo senza soffocare ciò che lo rendeva vivo: l’avventura, la passione, l’ambientazione nei Caraibi del Seicento, Tristan Storm, Isabelle e tutta l’atmosfera legata alla maledizione di Blackbeard. Non volevo riscriverlo come lo concepirei oggi, perché sarebbe diventato un altro romanzo. Volevo permettere alla storia originale di mostrarsi nella sua forma migliore.

In fondo, tornare su un vecchio libro è un esercizio di umiltà. Ti accorgi di quanto sei cambiata, ma anche che la scrittrice inesperta che eri possedeva già qualcosa che nessuna tecnica può insegnare. Il mio compito non era correggerla fino a farla scomparire. Era darle finalmente gli strumenti che allora non aveva.

5. Ti sei trasferita a Lanzarote. In che modo i paesaggi vulcanici e l’oceano dell’isola influenzano la tua creatività e la tua routine di scrittura giornaliera?

Lanzarote è un luogo fatto di contrasti molto netti: il nero della lava, il bianco delle case, il vento, il fuoco e un oceano che può sembrare immobile oppure violentissimo. Credo che questa essenzialità abbia influenzato anche il mio immaginario. Nei miei romanzi sono sempre stata attratta dal contrasto tra controllo e caos, bellezza e pericolo, desiderio e paura. Qui questi elementi non sono soltanto concetti: fanno parte del paesaggio quotidiano.

Vivere su un’isola mi ha dato anche una distanza, fisica e mentale, dal rumore che circonda il mondo editoriale. Questo aiuta la creatività, ma non significa che io trascorra le giornate a scrivere davanti all’oceano in una specie di estasi poetica. La mia routine comprende romanzi, grafica, marketing, social, clienti, scadenze, una quantità indecente di caffè e parecchi gatti convinti di avere la precedenza su tutto. L’oceano è lì, ma spesso io sono davanti al computer.

Forse l’influenza più autentica di Lanzarote è proprio questa: mi ricorda che sotto una superficie apparentemente ferma può esistere qualcosa di incandescente. È un’immagine che si adatta molto bene anche ai personaggi che amo scrivere.


6. Se dovessi descrivere la tua evoluzione da quando scrivevi marionette in quinta elementare a oggi con tre parole, quali sarebbero?

Curiosità, ostinazione, consapevolezza.


La curiosità è ciò che mi ha fatto cominciare e che ancora oggi mi spinge a sperimentare, passando dalle storie per marionette scritte in quinta elementare a un romance costruito attorno all’intelligenza artificiale. L’ostinazione è stata necessaria per continuare a scrivere, pubblicare e reinventarmi. La consapevolezza, infine, è ciò che ho conquistato nel tempo: oggi conosco meglio la mia voce, il mestiere e il sistema editoriale. Ma cerco di non permettere alla consapevolezza di uccidere la curiosità della bambina che inventava storie. Senza di lei, probabilmente, non avrei mai scritto il primo romanzo. E nemmeno tutti quelli venuti dopo.

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