INTERVISTA A... AURORA MANICA

1) Nei tuoi romanzi le emozioni emergono sempre in modo autentico, senza forzature. Come riesci a scavare così a fondo nella psicologia dei tuoi personaggi per renderli così credibili e umani?

Credo che il punto di partenza sia non avere paura di guardare dentro le emozioni, anche quelle più scomode. Quando scrivo non mi interessa creare personaggi perfetti o sempre coerenti: mi interessa creare persone. E le persone sono contraddittorie, a volte si comportano nel modo opposto rispetto a ciò che provano, si difendono, sbagliano, fuggono proprio da quello che desiderano di più.
Cerco di entrare nella loro testa senza giudicarli. Mi chiedo cosa li abbia portati a essere così, quali ferite si portino dietro e soprattutto cosa nascondano persino a loro stessi. Per me un personaggio diventa davvero vivo quando riesce a sorprendermi. In quel momento smette quasi di essere un’idea e comincia a respirare da solo.

2) In Tra cuori e ombre, la pioggia di Milano diventa una metafora di ciò che lava ma anche di ciò che resta. Che legame hai con l’ambientazione milanese e come scegli i luoghi in cui far muovere le tue storie?

Milano è una città che, in qualche modo, riesce a contenere moltissime contraddizioni. Può essere caotica e solitaria allo stesso tempo, fredda ma anche piena di vita. La pioggia, in Tra cuori e ombre, rappresenta proprio questo: qualcosa che sembra ripulire, che cambia l’aspetto delle cose, ma che non può cancellare ciò che abbiamo dentro.

Quando scelgo un’ambientazione cerco sempre un luogo che possa diventare parte della storia, quasi un altro personaggio. Non voglio che faccia solo da sfondo. Mi piace che le strade, il clima, i quartieri e persino i rumori possano riflettere qualcosa che i personaggi stanno vivendo.

Milano, in questo senso, era perfetta: aveva dentro di sé quella malinconia nascosta dietro il movimento continuo che cercavo per la storia.

3) In Tra Houston St. e Milano affronti il tema della fuga dal proprio passato e il peso delle promesse familiari. Perché trovi che il legame tra fratelli e le ferite d’infanzia siano nodi così potenti da sciogliere attraverso la scrittura?

Perché la famiglia è il primo luogo in cui impariamo ad amare, ma anche il primo luogo in cui possiamo imparare a difenderci. Le ferite dell’infanzia sono potenti proprio perché spesso continuiamo a portarcele dentro anche quando crediamo di averle superate.

Il legame tra fratelli, poi, mi affascina molto perché è un legame unico: si cresce insieme, si condividono le stesse radici, ma si può vivere la stessa famiglia in modi completamente diversi. Due fratelli possono ricordare lo stesso momento e averlo vissuto emotivamente come se appartenesse a due storie diverse.

La scrittura, per me, permette di esplorare questi nodi senza doverli necessariamente sciogliere in modo semplice. A volte non esistono risposte definitive. Esistono persone che cercano di capire da dove arrivano e quanto del loro passato continui ancora a guidare le loro scelte.

4) I tuoi libri parlano spesso di “anime ferite” che si incontrano e si curano a vicenda. Credi che l’amore, nei tuoi racconti, sia una forma di salvezza o piuttosto un catalizzatore per costringere i personaggi a guardarsi dentro?

Credo che sia più un catalizzatore. Non penso che una persona possa davvero salvare un’altra nel senso di guarirla al suo posto. Però credo che l’amore possa essere il luogo in cui smetti di poter fuggire da te stesso.

Quando qualcuno ti vede davvero, con le tue fragilità, le tue paure e le parti che cerchi di nascondere, è difficile continuare a fingere di non vederle anche tu. Nei miei romanzi l’amore non è mai una bacchetta magica. Non cancella le ferite. Può però costringerti a guardarle.

Ed è proprio in quel momento che, forse, inizia una vera possibilità di salvezza: non perché qualcuno ti ha aggiustato, ma perché finalmente hai trovato il coraggio di affrontarti.

5) Il tuo stile viene descritto come intenso, diretto e capace di agganciare il lettore fin dalle prime righe. Qual è la tua routine di scrittura e come curi il ritmo delle tue trame?

Non ho una routine rigidissima, perché per me la scrittura è legata molto anche all’ispirazione e all’emozione. Però, quando entro davvero dentro una storia, diventa qualcosa che mi accompagna continuamente. Penso ai personaggi anche quando non sto scrivendo: ascolto una canzone, vedo una scena per strada, sento una frase e mi chiedo se potrebbe appartenere a loro.

Per il ritmo, cerco soprattutto di mettermi nei panni del lettore. Mi chiedo quando una scena deve avere il tempo di respirare e quando, invece, è arrivato il momento di spezzare qualcosa. Mi piace alternare momenti molto intensi e introspettivi a dialoghi e situazioni che facciano avanzare la storia.

E poi curo molto l’inizio. Credo che le prime righe debbano creare subito una domanda, una tensione o un’emozione che faccia pensare al lettore: voglio sapere cosa succede adesso.

6) Quali sono gli autori o le letture che hanno formato la tua voce di scrittrice?

Credo che ogni lettura lasci qualcosa, anche quando non ce ne rendiamo conto. Non penso di poter indicare un unico autore che abbia formato la mia voce, perché è nata dall’incontro tra storie, generi e sensibilità diverse.

Mi hanno sempre attratta soprattutto le storie capaci di entrare nella psicologia dei personaggi e di farmi sentire qualcosa. Da lettrice, cerco prima di tutto un’emozione: un libro deve riuscire a farmi entrare dentro una storia al punto da dimenticare che sto leggendo.

Forse è proprio questo che ha influenzato maggiormente il mio modo di scrivere. Cerco di scrivere i libri che, da lettrice, vorrei trovare: storie intense, personaggi imperfetti, sentimenti complicati e quel bisogno di girare pagina per scoprire cosa succederà.

7) Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo progetto editoriale? C’è già una nuova storia che sta prendendo forma nella tua mente?

Posso dire che sì, c’è sempre una nuova storia che, prima o poi, comincia a farsi sentire. Non riesco mai davvero a smettere di immaginare personaggi, situazioni e dialoghi.

Al momento ci sono alcune idee che stanno prendendo forma e, anche se non posso ancora anticipare troppo, posso dire che continuerò a raccontare ciò che più mi affascina: le persone, le loro contraddizioni, le ferite che si portano dentro e i legami capaci di cambiarle.

Ogni nuova storia, per me, nasce da una domanda o da un’emozione. E credo che la prossima non farà eccezione. Posso solo promettere che ci sarà ancora molto da scoprire, da sentire e, forse, anche da guarire

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