INTERVISTA A... ELEN T.D.
1= Come riesci a bilanciare la forte componente romantica con la tensione e l'azione tipiche del suspense nei tuoi romanzi (come nella serie Sisters in action)?
Io amo moltissimo sia i romanzi che i film d’azione, avventura e spionaggio, quindi ho letto (e visto) davvero di tutto. Analizzando le mie reazioni, mi sono accorta che, nonostante avessi apprezzato, mi mancavano sempre due cose… l’amore e un’eroina che non fosse la componente fragile *da salvare*. Quando ho iniziato a scrivere Riflessi l’idea era proprio quella di mettere le donne al centro, come componente attiva, e dare alla vicenda sentimentale lo stesso peso dell’intrigo da sciogliere. Quindi, per rispondere, parto dall’intrigo, dall’azione, tutta quella trama deve poter stare in piedi, svolgersi e finire indipendentemente dalla storia d’amore.
2= Nei tuoi libri, i personaggi compiono spesso scelte estreme: qual è il confine morale oltre cui non faresti mai spingere un tuo protagonista?
La crudeltà. Nessuno di loro è, o sarà mai, crudele con qualcuno che si trova in condizione di inferiorità o è momentaneamente indifeso, anche fosse il peggior criminale del mondo e nonostante le nefandezze commesse. Lottano per la giustizia, qualcuno anche rivalsa e vendetta, ma tra desiderare una cosa e metterla in pratica ci sono mille sfumature morali che loro attraversano e di cui prendono coscienza. La vicenda delle Sisters è abbastanza estrema, è un romanzo, tuttavia l’arco di alcuni personaggi è un arco che ho notato anche nella vita reale: combattere e lottare per ottenere giustizia più che per vendetta.
3= Passi con disinvoltura da romanzi seriali a storie autoconclusive (come Diletta.Me o Love Frequency): come cambia il tuo approccio alla pianificazione della trama?
In realtà il mio approccio cambia meno di quanto si potrebbe pensare, perché non parto quasi mai da schemi rigidi. La differenza è che un autoconclusivo deve trovare la propria conclusione all'interno del romanzo stesso, mentre una serie lascia volutamente spazio a un percorso più ampio.
Riflessi, per esempio, era nato come romanzo autoconclusivo. Solo scrivendolo mi sono resa conto che alcuni personaggi avevano ancora molto da dire e il cliffhanger finale è arrivato da sé. I due romanzi successivi, invece, sono stati concepiti con la logica delle serie televisive: ogni libro ha una propria storia e un proprio arco narrativo, ma esistono anche un'evoluzione dei personaggi e una trama di fondo che proseguono da un volume all'altro e fanno da filo conduttore dell'intera serie.
In entrambi i casi seguo la storia mentre prende forma, ma una serie mi permette di ragionare su tempi più lunghi e di lasciare alcune domande aperte perché trovino risposta più avanti.
4= Il concetto di "Riflesso" e "Miraggio" richiama l'inganno visivo e psicologico: quanto ti affascina far dubitare il lettore di ciò che sta leggendo fino all'ultimo capitolo?
Mi affascina moltissimo, anzi direi che è un’ambizione: ambisco a costruire colpi di scena che facciano dire a chi legge “Caspita, non l’avrei mai detto!” ma anche “Ecco, lo sapevo!” va bene. Amo l’effetto Ellery Queen, ovvero disseminare il romanzo di indizi, a volte anche trappole, che poi alla fine, a seconda di quanta attenzione si è riservata alla lettura dei dettagli, sono assolutamente coerenti tra loro. Mi piace pensare che chi scrive ci metta la metà, l’altra metà ce la mette chi legge.
5= Se potessi tornare indietro nel tempo a quando hai pubblicato il tuo primissimo libro, quale consiglio d'oro daresti alla te stessa del passato?
Forse nessuno. Può sembrare una risposta strana, ma la verità è che non ho particolari rimpianti legati alla pubblicazione del mio primo romanzo. Ci sono aspetti della mia vita che, col senno di poi, avrei gestito diversamente, ma quel momento no. Quella scelta la rifarei. Mi ha portato esperienze, contatti e amicizie che ancora oggi considero fondamentali nella mia vita, non solo come autrice, ma soprattutto come persona.
6= Scrivere romantic suspense significa gestire emozioni forti e situazioni di costante pericolo. Ti è mai capitato di commuoverti o di provare vera ansia mentre scrivevi una scena particolarmente intensa dei tuoi libri?
Beh, sì. Se una scena non mi provoca nulla mentre la scrivo, di solito è il segnale che non funziona. Le emozioni non garantiscono la riuscita di una storia, ma sono il primo test che deve superare prima di essere pubblicata.
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