INTERVISTA A...MARIA PALA
1. Hai vissuto l'esperienza del Salone del Libro di Torino 2026. Cosa ha significato per te vedere le persone interessarsi dal vivo alla tua storia dopo aver coltivato questo sogno per tanto tempo?
È stata un'esperienza molto particolare, soprattutto perché mi ha permesso di vedere persone fermarsi davanti al mio libro e sceglierlo tra migliaia di altri titoli. Non so esattamente cosa le abbia attirate: forse la copertina, forse la trama, forse semplicemente la curiosità. Però vedere qualcuno prendere in mano una storia nata nella mia testa e decidere di darle una possibilità è stato emozionante. Più che la realizzazione di un sogno coltivato per anni, per me è stato un momento di grande stupore. Ho iniziato a scrivere quasi per caso durante il lockdown, senza immaginare che un giorno mi sarei ritrovata al Salone del Libro a parlare dei miei personaggi con dei lettori. È stata una di quelle esperienze che ti fanno fermare un attimo e pensare che forse questa idea nata quasi per caso aveva davvero un senso.
2. Sei già al lavoro su una nuova storia? Puoi anticiparci qualcosa sui temi o sui personaggi che vedremo in futuro?
Sì, sto già lavorando al mio prossimo romanzo. In questo momento sono al secondo giro di correzioni di bozza e, se tutto andrà come previsto, dovrebbe uscire tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre. Anche questa volta il protagonista sarà un personaggio imperfetto, fragile e profondamente umano. Mi interessano le persone che sbagliano, che si perdono e che devono trovare il modo di ricostruirsi, ed è proprio questo il cuore della storia.
Rispetto ai miei lavori precedenti, però, il percorso personale del protagonista occupa uno spazio ancora più centrale. È un romanzo che parla di cadute, conseguenze e tentativi di risalire quando sembra impossibile farlo. La storia d'amore è presente, ma non rappresenta il centro della narrazione. Mi è servita soprattutto per mostrare il protagonista attraverso gli occhi di qualcun altro, per osservare dall'esterno ciò che lui stesso fatica a vedere di sé.
Sarà inoltre il mio primo romanzo scritto interamente in prima persona, una scelta che mi ha permesso di entrare ancora più a fondo nella mente del protagonista e accompagnarlo in un percorso particolarmente complesso e intenso.
3. I tuoi romanzi sono descritti come romance contemporanei dalle sfumature dark, incentrati su figure fragili e imperfette. Perché trovi più affascinante raccontare il dolore e la ricostruzione interiore rispetto a una storia d'amore lineare?
Perché credo che siano proprio le crepe a renderci umani. Mi interessano i personaggi che sbagliano, che cadono, che a volte prendono decisioni discutibili, ma che continuano a cercare una strada per rialzarsi. Le storie d'amore lineari possono essere bellissime, ma io sono attratta dai percorsi di trasformazione.
Mi piace raccontare come una persona possa trovare la forza di ricostruirsi dopo aver toccato il fondo e come l'amore, quando è autentico, non salvi nessuno per magia, ma possa diventare una spinta per affrontare le proprie ferite.
4. Hai raccontato di aver passato gran parte della tua infanzia tra gli scaffali della biblioteca del tuo paese in Sardegna. Qual è il primissimo libro o personaggio che ti ha fatto pensare: "Voglio fare anche io questo nella vita"?
In realtà non c'è stato un libro o un personaggio che mi abbia fatto pensare di voler diventare una scrittrice. Per gran parte della mia vita sono stata semplicemente una lettrice appassionata. Ho passato anni tra biblioteche e librerie, leggendo praticamente qualsiasi cosa attirasse la mia attenzione. L'idea di scrivere è arrivata molto più tardi, durante il lockdown. Le biblioteche erano chiuse, avevo letto tantissimo e non riuscivo a trovare una storia che mi coinvolgesse davvero. A un certo punto mi sono chiesta quale fosse il libro che avrei voluto leggere e ho provato a scriverlo.
Quella prima stesura era molto lontana dall'essere pubblicabile e me ne rendevo conto anch'io. Ho studiato, cercato un editor e lavorato sul testo per anni. Ho iniziato a scriverlo nel 2020 e il romanzo è stato pubblicato nel 2023. È stato un percorso lungo, nato più dalla curiosità che dall'ambizione. Ancora oggi considero la scrittura qualcosa che faccio prima di tutto perché mi piace farlo. È il mio modo di staccare dalla quotidianità, esplorare nuove storie e dare voce a personaggi che altrimenti resterebbero soltanto nella mia testa.
5. Il tuo debutto è avvenuto con Uniti da un filo invisibile nel 2023, poi riedito nel 2026. Guardando indietro, come è cambiato il tuo modo di intendere l'amore e la resilienza nei tuoi testi?
È cambiato soprattutto il mio modo di guardare ai personaggi. All'inizio pensavo principalmente alla storia d'amore; oggi mi interessa molto di più il percorso interiore delle persone che la vivono. Continuo ad amare il romance perché credo che l'amore sia uno degli strumenti migliori per mettere a nudo un personaggio. In particolare adoro scrivere personaggi maschili: uomini cresciuti con l'idea di dover essere sempre forti, controllati e impenetrabili, che improvvisamente si trovano a fare i conti con emozioni che non sanno gestire. È lì che, secondo me, emergono le loro fragilità più autentiche. Negli anni ho capito anche quanto mi affascinino le persone imperfette e la psicologia umana. Per questo oggi nei miei romanzi l'amore non è più il centro di tutto: il centro sono le persone, con le loro ferite, i loro errori e la loro capacità di rialzarsi. Perché, per quanto possano cadere, credo sempre che esista la possibilità di ricominciare.
6. Come hanno reagito le persone più vicine a te, la tua famiglia o gli amici d'infanzia, quando hanno letto per la prima volta i tuoi romanzi? C'è qualcosa di te che hanno scoperto solo attraverso le tue pagine?
Le persone più vicine a me hanno scoperto che stavo pubblicando un romanzo praticamente nello stesso momento in cui è uscito. A parte mio marito, mia sorella e mia cugina, non ne avevo parlato quasi con nessuno. Mi imbarazzava parecchio l'idea di dire: "Ho scritto un libro", quindi ho preferito aspettare che fosse una realtà prima di raccontarlo. Le reazioni sono state molto diverse. C'è chi è rimasto sorpreso, chi incuriosito, chi ha apprezzato il romanzo e chi meno. Ma credo sia assolutamente normale: da lettrice, sono la prima a non amare tutti i libri che leggo. Non so se qualcuno abbia scoperto qualcosa di me attraverso le mie pagine. Se è successo, nessuno me l'ha mai detto apertamente. Sicuramente, però, molte persone sono rimaste sorprese dal fatto che scrivessi.
Tra i commenti che ricevo ancora oggi da parenti e conoscenti, uno dei più frequenti riguarda l'ambientazione. Essendo sarda, in tanti mi chiedono perché non ambienti le mie storie in Sardegna. Credo sia anche una forma di affetto verso la propria terra: noi sardi siamo molto legati alla nostra identità e ci fa piacere ritrovarla nei libri. Io, però, mi sono affezionata alle città che ho inventato. Mi permettono una libertà totale e mi danno la possibilità di costruire esattamente il mondo di cui la storia ha bisogno. Tra le reazioni più divertenti ci sono state quelle delle mie zie. Una era scandalizzata dal fatto che i personaggi dicessero certe parole poco eleganti, l'altra dalle scene più esplicite. Sono stati momenti che mi hanno fatto sorridere e che, in fondo, fanno parte del gioco quando si pubblica un romanzo e lo si mette nelle mani di parenti e conoscenti.

Commenti
Posta un commento