INTERVISTA A...MARIO LAMANUZZI
1) Le The Warning sono cresciute tantissimo grazie al passaparola globale e ai loro fedelissimi eserciti di fan. Pensi che questo modello di successo dal basso stia ridefinendo le regole della discografia moderna?
Sono eserciti di fans che da anni e da quando queste sorelle erano praticamente bambine, stanno sognando insieme a loro. Non so quali regole si stiano ridefinendo con la loro storia, ma quella delle Warning è, come nel titolo della biografia che ho scritto, una straordinaria favola rock. Quello che è certo è che stanno imponendo uno stile: niente eccessi, loro bellissime ma niente sessualizzazione, fino all’anno scorso in tour con i genitori, testa e cuore solo alle canzoni e ai concerti, ma anche tanta simpatia e umiltà fuori da palco e studio. Dimostrano sempre di più di essere personaggi senza fare altro rumore che non sia quello della musica.
2) Come direttore di giornali locali gestisci la cronaca e l'attualità quotidiana. In che modo il tuo background giornalistico ha influenzato il tuo metodo di ricerca e scrittura per i libri?
È un approccio che viene ormai automatico e naturale. Giornalisticamente da anni scrivo pochissimo e quindi mi definisco come uno che dirige il traffico di notizie e informazioni. Da scrittore semplicemente ribalto la posizione e mi metto alla ricerca di tutto quello che può essere utile alla costruzione di una narrazione. A cominciare dalle parole giuste.
3) Passare dalla saggistica/biografia musicale di The Warning alla narrativa pura del tuo romanzo Tutto ha posto richiede flessibilità. In quale di queste due dimensioni ti senti più libero come scrittore?
Scrivere la biografia di una band amatissima da me ma ancora poco conosciuta in Italia, è stato divertente ed esaltante. Mi ha fatto sentire il portatore di una buona novella per quelli che come me amano il rock. Con “Tutto ha posto” invece ho provato anche a complicarmi da solo la vita a partire dall’apparente refuso nel titolo; allo stesso tempo ho dovuto darmi più regole nello stile e più attenzione agli intrecci della trama.
4) Dopo aver esplorato il rock internazionale e la narrativa, c'è già una nuova storia che sta prendendo forma nella tua mente?
In cantiere c’è l’edizione aggiornata della biografia sulle Warning. Spero di farla uscire a dicembre con un titolo completamente nuovo. Sto anche pensando al seguito di “Tutto ha posto”. In questo caso sta prendendo forma un nuovo protagonista, mentre faccio una grande fatica a immaginare i tre o quattro della banda di truffatori di nuovo tutti insieme, visto come è finito (no spoiler) il romanzo. La mia mente ci sta lavorando già da tempo.
5) Per tracciare la biografia di una band messicana così giovane e in costante evoluzione, che tipo di lavoro di ricerca hai dovuto fare? Ti sei basato principalmente su interviste estere, materiale d'archivio o hai avuto un contatto diretto con il loro management?
Sono entrato in contatto mesi fa con il manager delle Warning Rudy Joffroy, quando il libro era già uscito e si stava vendendo negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Con le ragazze, finora, nessun contatto diretto. Il libro è una biografia non autorizzata, dunque può narrare solo fatti di dominio pubblico. Il materiale per lavorarci è tutto in rete: interviste in inglese e spagnolo, post sui social, centinaia di video dei concerti, videoreacts su Youtube, commenti dei fans che rivelavano dettagli (naturalmente sempre sottoposti a verifiche). Stava poi a me decidere quale particolare potesse incuriosire e emozionare un lettore, stando attento ad arricchire il testo senza appesantirlo di un’overdose di informazione fine a sé stessa.
6) Sui giornali che dirigi ti occupi quotidianamente di cronaca e dinamiche territoriali regionali. Raccontare la realtà locale richiede un'aderenza fredda ai fatti; scrivere di musica richiede passione. Come riesci a far coesistere queste due anime professionali così diverse?
Tra il giornalista locale e l’appassionato di musica non c’è osmosi, fortunatamente. Ma non c’è nemmeno una separazione netta. Quando ho scritto le analisi delle canzoni, per esempio, mi sono sentito più un commentatore e ascoltatore che un seguace stregato. Resta il fatto che il mio libro mi ha insegnato che una biografia non può essere qualcosa di diverso da un atto di amore.
7) C'è qualcosa che non ti ho chiesto oggi, o un messaggio in particolare, che ci tieni a lasciare a chi leggerà il tuo libro o questa intervista?
Ma no, stiamo andando molto bene così. Ai lettori di un mio libro o di questa intervista potrei magari aggiungere di fare caso -attraverso la lettura- sempre all’ispirazione anziché all’emozione. L’ispirazione è rivelatrice, l’emozione è spesso ingannevole.
8) Tra la responsabilità quotidiana di dirigere un giornale locale e la stesura di un libro, spesso si sacrificano ore di sonno, passioni e tempo per se stessi. Guardandoti indietro oggi, qual è stato il momento in cui hai capito che tutta questa fatica valeva davvero la pena?
I commenti sui social che iniziavano ad arrivare da mezzo mondo, Stati Uniti in testa. Naturalmente c’è stata anche qualche critica, non si può piacere a tutti. Ma da lì sono nati in rete anche dei bei rapporti che si sono cementati nel nome delle nostre adorate sorelle Villarreal.
9)Se potessi fare un salto indietro nel tempo e incontrare il Mario bambino, quello che muoveva i primi passi con la passione per la scrittura e la musica, e mostrargli la copertina di questo libro letto in tutto il mondo... cosa pensi che ti direbbe? E tu cosa diresti a lui?
Mi chiederebbe se ho sposato quella compagna di scuola di cui si era innamorato. Io gli risponderei che di lei non so più nulla da 40 anni, ma che sono stato lo stesso fortunato a sposare la donna più bella dell’universo. Ah, e aggiungerei naturalmente che sto facendo proprio il lavoro che lui sognava di fare da grande.
10) Chi fa il giornalista impara a indossare una corazza di oggettività, specialmente quando si tratta di cronaca. Quando spegni il computer del giornale e ti siedi a scrivere i tuoi libri, riesci a svestirti facilmente di questo ruolo o ti capita mai che il Mario giornalista provi a censurare o frenare la libertà emotiva del Mario scrittore?
Sono ormai formato per lavoro e per carattere, a tenermi distaccato. A sentirmi esterno ma mai estraneo. Mi definisco un osservatore incallito: ai richiami con la voce, preferisco gli sguardi puntati. Con questo distacco, cerco di indirizzare la narrazione nella giusta direzione del cuore e della mente dei lettori. Che sia cronaca o letteratura.
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