INTERVISTA A... GAETANO APPESO
1= Il titolo Hokis rimanda a concetti profondi legati all'anima e alla spiritualità. In quale momento esatto del viaggio collettivo la "sfida ludica" iniziale è svanita per lasciare spazio a quella che lei definisce un'esplorazione strettamente esistenziale?
Nel concepire Hokis ho voluto raccontare proprio questo passaggio: il momento, spesso impercettibile, nel quale un'avventura nata quasi come una beffa alla prevedibilità della vita finisce per rivelare la propria natura più profonda. La storia parte da un gioco, il mondo trasformato in un enorme tabellone, il dado incaricato di stabilire le destinazioni, sei giovani sospesi fra la fine dell’università e l’inizio dell’età adulta. Ma il gioco, nel corso della narrazione, perde progressivamente la propria innocenza.
Non mi interessava raccontare semplicemente di sei ragazzi che attraversano il pianeta. Mi interessava osservare cosa accade all’essere umano quando gli vengono sottratte, una dopo l’altra, le coordinate rassicuranti con cui è abituato a orientarsi. Il dado rappresenta il caso, naturalmente, ma anche qualcosa di più intimo e insondabile: quella parte dell’esistenza sulla quale non abbiamo alcun dominio. Lo si può chiamare destino, sorte, provvidenza o semplicemente imprevedibilità. Il nome conta poco. Conta il fatto che, prima o poi, tutti siamo costretti a fare i conti con ciò che non possiamo governare.
Ecco perché, nel libro, il viaggio geografico diventa progressivamente un viaggio interiore. Le distanze percorse, i paesaggi, gli incontri, le difficoltà e persino gli errori sono strumenti attraverso i quali i protagonisti vengono messi davanti alle proprie paure, alle proprie fragilità e alle proprie certezze. Ho cercato di raccontare quel particolare momento della vita in cui ci si accorge che diventare adulti significa anche accettare di non avere una mappa completa del proprio futuro.
La vera svolta, dunque, non coincide con una determinata tappa geografica. Coincide con una presa di coscienza: il viaggio non serve più a stabilire chi arriverà primo, ma chi, tornando a casa, sarà diventato una persona migliore.
Questo è, in fondo, il messaggio che ho voluto affidare a Hokis. Partire significa accettare una temporanea sconfitta delle proprie certezze. Significa lasciare che il mondo ci contraddica, ci sorprenda, talvolta ci umili. E forse è proprio questa la forma più autentica di conoscenza: scoprire che, mentre crediamo di attraversare i luoghi, sono i luoghi ad attraversare noi.
2= Nel suo ruolo istituzionale si occupa di Pubblica Informazione per le Forze Armate, dove la comunicazione deve essere oggettiva, precisa e strategica. Nei suoi taccuini di viaggio, come Asia estrema, la scrittura si fa invece "umile", intima e focalizzata sulle fragilità umane. Come riesce a scindere questi due registri linguistici così opposti senza che l'uno inquini l'altro?
Non credo, in realtà, che i due registri siano così inconciliabili come potrebbe sembrare. Apparentemente appartengono a mondi distanti: da una parte la Pubblica Informazione delle Forze Armate, dove una parola impropria può alterare il significato di un fatto e dove precisione, tempestività e attendibilità non sono qualità accessorie, ma requisiti essenziali; dall’altra la scrittura di viaggio, che nasce invece dall’osservazione, dall’emozione, dall’incontro con l’altro e persino dalla propria vulnerabilità.
Eppure, alla radice, esiste una disciplina comune: la responsabilità nei confronti di ciò che si racconta.
Nel lavoro istituzionale ho imparato che prima di scrivere bisogna osservare, verificare, distinguere il fatto dall’interpretazione e soprattutto resistere alla tentazione di aggiungere ciò che non si conosce. È una lezione profondamente giornalistica, che considero preziosa anche quando apro un taccuino. Un luogo non è mai soltanto quello che appare agli occhi del viaggiatore e una persona incontrata lungo la strada non può essere trasformata arbitrariamente in un personaggio soltanto perché serve alla narrazione.
In Asia estrema, per esempio, ho cercato di lasciare che fossero soprattutto gli incontri a parlare. La scrittura diventa più umile non perché perda rigore, ma perché rinuncia alla presunzione di possedere una verità definitiva sul mondo.
Quando si attraversano culture lontane dalla nostra, l’unico atteggiamento intellettualmente onesto è quello dell’ascolto. Bisogna arrivare con qualche domanda e ripartire con molte più domande di quante se ne avessero alla partenza.
La differenza, dunque, non è tra una scrittura rigorosa e una scrittura emotiva. È tra la funzione della parola e il suo destinatario. Nella comunicazione istituzionale la parola deve rendere un fatto il più possibile limpido; nella letteratura di viaggio la parola può, invece, mantenere il dubbio, l’impressione fugace, quel margine di mistero che accompagna ogni autentica esperienza.
Cerco però di non confondere mai verità e verosimiglianza. La prima è un dovere; la seconda è uno strumento letterario.
Questa è la mia forma di equilibrio: portare nel taccuino la severità del giornalista e nella comunicazione istituzionale quella cautela umana che il viaggio insegna. Perché, in entrambi i casi, raccontare significa assumersi una responsabilità: scegliere quali parole consegnare agli altri e avere il pudore di tacere quelle che non ci appartengono.
3= Lei afferma spesso che il viaggio debba essere un "bagno di umiltà". Nell'era di Instagram e TikTok, dove il viaggio viene spesso ridotto a uno sfondo estetico per raccogliere "like", pensa che si stia perdendo la capacità di ascoltare davvero i luoghi che visitiamo? Come si educa un giovane a viaggiare "con l'anima" e non con lo smartphone?
Una macchina fotografica, un telefono, una videocamera possono essere strumenti straordinari per conservare la memoria di un viaggio. Il rischio nasce quando smettono di essere strumenti e diventano il filtro attraverso il quale decidiamo che cosa merita di essere vissuto.
Un tempo il viaggiatore partiva con un taccuino e una matita; oggi parte con una memoria digitale praticamente infinita. Ma la questione è sempre la stessa: che cosa siamo capaci di vedere?
Il viaggio, per me, è innanzitutto un bagno di umiltà. Ci mette davanti a lingue che non comprendiamo, a consuetudini che ci sembrano incomprensibili, a povertà e ricchezze che spesso sovvertono le categorie con cui siamo abituati a giudicare il mondo. Ci ricorda, soprattutto, che il nostro modo di vivere è soltanto uno dei molti possibili. È una lezione antropologica prima ancora che geografica.
Negli incontri che ho avuto con gli studenti nella scuola, mi è capitato spesso di osservare la loro curiosità genuina nei confronti del viaggio. E proprio lì ho compreso quanto sia inutile dire a un ragazzo semplicemente di «staccarsi dal telefono». È molto più importante insegnargli a guardare. A suggerirgli, magari, di entrare in una stazione e osservare per mezz’ora le persone senza sapere nulla di loro; di attraversare un quartiere della propria città nel quale non sia mai stato; di parlare con qualcuno che appartiene a una generazione o a una cultura diversa dalla propria.
Il viaggio comincia molto prima dell’aeroporto.
Comincia quando accettiamo di uscire, anche solo mentalmente, dalla nostra consuetudine. Ecco perché credo che si possa viaggiare con l’anima anche senza possedere grandi mezzi economici: occorre innanzitutto sviluppare quella che definirei una disponibilità allo stupore.
Ai ragazzi direi, quindi, di non rinunciare allo smartphone, ma di non renderlo il protagonista di ogni contesto. Di tanto in tanto mettano via il telefono e si affidino agli odori, agli sguardi e alle conversazioni casuali. Lasciamo che un luogo ci accada senza necessariamente trasformarlo in un contenuto.
4= Il suo romanzo "Hokis – Prepara lo zaino e lancia il dado" è stato ufficialmente candidato al Premio Bancarella. Questo premio storicamente celebra i libri scelti e amati dai librai indipendenti e ambulanti, figure che fisicamente portano le storie tra la gente. Visto il suo amore per il viaggio e il contatto umano, cosa significa per lei questo specifico riconoscimento?
Credo che questa sia una domande la cui risposta è contenuta tra le pagine del libro. Perché, in fondo, che cosa è il Premio Bancarella se non un’altra, sorprendente, faccia del dado?
Quando ho scritto Hokis non pensavo al Premio, né a una competizione letteraria di questa portata. Volevo semplicemente raccontare una bella storia. Una storia di amicizia, di libertà, di giovinezza e di viaggio; una storia nata da un’avventura reale e trasformata, attraverso la scrittura, in un romanzo nel quale il caso diventasse una delle forze motrici della narrazione. Il libro è stato pubblicato nell’agosto del 2025 e ha trovato quasi subito una risposta che, lo confesso, mi ha emozionato.
Sono stati i lettori, prima di tutto, a prendere Hokis per mano. Le vendite, generose e superiori a quanto avrei potuto immaginare, hanno fatto il resto. E così è accaduta una cosa singolare: un libro nato senza grandi ambizioni di palcoscenico si è ritrovato, quasi senza volerlo, a condividere la stessa strada di autori e opere di ben altra notorietà.
La candidatura al Premio Bancarella 2026 è arrivata dunque come arrivano le cose che più assomigliano alla vita: senza essere state programmate. E forse non poteva esserci destino più coerente per un libro costruito intorno al lancio di un dado.
5= Se oggi dovesse lanciare il dado della sua vita per decidere la prossima meta, non geografica ma personale o letteraria, cosa spera che esca sulle facce di quel dado?
Se potessi scegliere una faccia di quel dado, vorrei che portasse con sé un auspicio semplice e immenso: continuare a partire. Continuare a inseguire l'orizzonte, a percorrere terre lontane, a perdermi fra culture esotiche e popoli incontrati lungo strade che sulle nostre mappe sembrano soltanto linee sottili. Vorrei continuare a viaggiare con lo sguardo curioso dei grandi viaggiatori di un tempo, quando ogni porto poteva aprire le porte su un mondo sconosciuto e ogni sentiero prometteva una scoperta.
E poi tornare, ogni volta, con qualche storia da raccontare.
Perché è questo che più di ogni altra cosa mi emoziona: l'idea che le mie pagine possano diventare una piccola nave capace di salpare dal salotto di casa. Che qualcuno, comodamente seduto sul proprio divano, possa attraversare con me un deserto, ascoltare lingue lontane, respirare l'aria di un mercato d'Oriente o sentire, almeno per qualche pagina, il vento di un luogo mai visto. E che magari, chiudendo il libro, qualcuno possa pensare: un giorno voglio andarci davvero.
Se una storia riesce a fare questo, allora il viaggio non è più soltanto di chi parte. Diventa anche di chi legge. E forse può accendere in un giovane lettore quella scintilla inquieta che precede ogni grande partenza: la curiosità, il desiderio dell'ignoto, il coraggio di lasciare per un poco la strada conosciuta.
Oppure, se dovessi davvero lanciare oggi quel dado, gli chiederei soltanto di non fermarsi. Perché finché il dado rotola, esiste ancora una strada da percorrere, un orizzonte da inseguire e una storia che non è stata ancora raccontata. E forse è proprio questa, per un viaggiatore e per uno scrittore, la più bella delle fortune: sapere che da qualche parte, oltre l'ultima pagina, c'è ancora un mondo che ci aspetta.
6= A un ragazzo che oggi si sente bloccato, spaventato dal futuro e che non ha la possibilità economica o logistica di fare un giro del mondo, quale consiglio darebbe per iniziare a viaggiare restando nella propria città?
Gli direi anzitutto di non aspettare il momento giusto. Il mondo non comincia dall’altra parte di un oceano: comincia nel momento in cui smettiamo di considerare familiare ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Negli incontri con gli studenti ho imparato che, dietro il desiderio di andare lontano, spesso si nasconde qualcosa di più profondo: la necessità di trovare una direzione. E a un ragazzo che si sente smarrito non direi quale direzione scegliere. Gli suggerirei, piuttosto, di cominciare a guardarsi intorno con occhi nuovi.
Di attraversare la propria città senza una meta precisa. Di imboccare una strada mai percorsa, fermarsi in una piccola bottega, parlare con una persona che appartiene a un’altra generazione o proviene da un altro Paese. Di entrare in una biblioteca e lasciare che sia un libro, magari ambientato in una terra remota, a spalancare una prima finestra sull’altrove.
Una volta mi persi anch’io, durante un viaggio. Non fu uno smarrimento da temere, ma uno di quelli che, a distanza di tempo, si rivelano provvidenziali. Mi fermai, senza più preoccuparmi della direzione, e annotai sul mio taccuino alcune parole che ancora oggi sento profondamente mie:
«Perdetevi. Camminate senza meta e perdetevi per le vie, i colori, gli odori e i sapori di un luogo, così da far assumere a ciò che vi circonda un fascino differente, timoroso, poetico. Perdete la concezione del tempo, guardate il mare senza fretta e il cielo alla ricerca di una costellazione amica. Fermatevi spesso per far riposare il fiato e il cuore. Così, passo dopo passo, disegnerete il vostro itinerario»
Credo che sia questo, in fondo, ciò che direi a quel ragazzo: non avere paura di sentirti perduto. Viviamo in un tempo che pretende da ciascuno di noi una rotta, una prestazione, una destinazione. Ma esistono momenti in cui smarrire la via è il modo più autentico per ritrovare se stessi.
Non occorre avere denaro per cominciare a conoscere il mondo. Occorre curiosità, tempo e il coraggio di guardare oltre l’abitudine. Il resto, qualche volta, arriva da sé.
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