INTERVISTA A ... NAZARENA DE ANGELIS

1= Nel quotidiano ti occupi di diritto e previdenza sociale. In che modo il tuo rigore professionale influenza il tuo metodo di scrittura?

Il diritto e la previdenza sociale si fondano su due pilastri: la precisione della norma e la centralità della persona. Questo background influenza il mio metodo di scrittura in modo profondo, agendo su tre livelli ben distinti. Ovvero la logica della trama. Nel mio lavoro, ogni conclusione deve discendere logicamente da una premessa normativa e fattuale; non c'è spazio per il caso. Nella scrittura di un giallorosa, romance thriller, applico lo stesso rigore geometrico. La costruzione dell'intreccio, la semina degli indizi e i meccanismi dell'indagine seguono una logica ferrea. Il lettore deve poter sfidare la storia sapendo che le regole del gioco sono oneste e che ogni tassello tornerà al suo posto in modo impeccabile. 
Non meno del realismo delle procedure. Occuparsi di diritto significa conoscere i meccanismi istituzionali, i tempi della burocrazia e la precisione dei linguaggi. Quando racconto le indagini o i risvolti legali nelle mie storie, il mio rigore professionale mi impone di essere accurata. Non mi accontento della finzione cinematografica: voglio che il lettore percepisca il peso reale della legge e la verosimiglianza delle procedure.
E in ultimo per l'aspetto umano, che è il motore del romance. C'è un'idea diffusa secondo cui il diritto sia solo fredda burocrazia. In realtà, la previdenza sociale si occupa di tutele, di bisogni e di protezione della persona nei momenti di vulnerabilità. È esattamente qui che il mio lavoro incontra il romance. Scrivere di dinamiche relazionali e sentimentali sotto la lente della suspense significa proprio esplorare l'istinto di protezione, il conflitto morale tra giustizia e sentimento, e la ricerca di sicurezza emotiva.
In sintesi, il rigore professionale mi dà le regole e la struttura; la scrittura mi permette di usarle per esplorare il cuore e le ombre dell'animo umano.

2= C'è mai un momento in cui le tue competenze giuridiche entrano direttamente nelle trame dei tuoi libri, specialmente nei gialli?

Assolutamente sì, accade molto spesso e a volte in modi che sorprendono me per prima. Il bello del diritto è che non ha bisogno di essere romanzato per essere drammatico: la realtà delle procedure, con le sue regole ferree e i suoi vicoli ciechi, offre già di per sé una tensione narrativa incredibile. Un intero caso, nei miei libri come nella realtà, può crollare o risolversi per un dettaglio tecnico, per la tempistica con cui viene depositato un atto o per una sfumatura in una strategia difensiva. Spesso uso queste dinamiche come veri e propri colpi di scena. Questo mi permette di dare alle storie un'autenticità profonda. Oggi i lettori sono molto esigenti; quando racconto il recupero di un tabulato telefonico, un'istanza legale o la richiesta di una tutela, voglio che tutto sia impeccabile, evitando l'effetto da 'finzione cinematografica' per calare la trama in un contesto reale e credibile. Ma l'aspetto che preferisco esplorare grazie al mio lavoro è il conflitto etico. Il diritto si muove costantemente sul confine tra ciò che è legale e ciò che è profondamente giusto. Mettere i miei personaggi di fronte a questi dilemmi morali – dove la legge dice una cosa e la coscienza ne chiede un'altra – mi permette di creare quel corto circuito emotivo che unisce perfettamente il giallo al romance. In fondo, i codici parlano di regole, ma dietro quelle regole ci sono sempre storie umane vissute al limite

3= Il tuo romanzo "Un ispettore tutto mio" è un giallo ironico e brillante con una coppia investigativa agli antipodi. Come è nata la chimica tra questi personaggi?

La chimica tra loro, tra i due protagonisti, è nata proprio dal più classico, e divertente, gioco degli opposti. Volevo mettere a confronto due mondi che sulla carta non avrebbero dovuto fare altro che respingersi. Da una parte c'è l'ispettore Luca Parodi: un uomo disilluso, separato, decisamente misogino e misantropo, che affronta la vita e il lavoro con una corazza di cinismo, anche se supportato da un intuito investigativo brillante. Dall'altra parte c'è l'agente Lisa Argenti: giovane, altrettanto brillante, ma mossa da un entusiasmo contagioso e da una profonda dolcezza che contrasta con la durezza dell'ambiente in cui si muove.

Metterli a lavorare insieme è stato come accostare il fiammifero alla dinamite. La loro chimica si nutre proprio di questo attrito quotidiano: da un lato l'esasperazione di Parodi, che vede scalfito il suo isolamento da questa ragazza che non si lascia intimidire dai suoi spigoli; dall'altro la determinazione e la dolcezza di Lisa, che riesce a vedere oltre la maschera cinica del suo superiore. 
Il bello della loro dinamica è che, nonostante i battibecchi e le distanze caratteriali, l'intelligenza li unisce. Finiscono per compensarsi in modo perfetto: la freschezza e l'entusiasmo di Lisa smussano l'oscurità di Parodi, mentre l'esperienza disillusa dell'ispettore fa da guida alla giovane agente. È un equilibrio precario, ironico e costantemente sul filo del rasoio, che trasforma l'indagine in un viaggio umano ed emotivo decisamente brillante.

4= Passi con disinvoltura dal giallo psicologico a toni più leggeri e brillanti. Quale dimensione narrativa senti più tua?

È una domanda bellissima, perché tocca proprio il cuore del mio modo di intendere la scrittura. In realtà, non sento una dimensione più mia dell’altra; le percepisco piuttosto come le due facce della stessa medaglia, due stanze della mia mente che si completano a vicenda.
Il giallo psicologico mi affascina profondamente perché mi permette di scavare nelle zone d'ombra dell'animo umano, di esplorare i dilemmi morali, il peso del passato e i segreti che le persone nascondono persino a sé stesse. È una dimensione intensa, quasi catartica, in cui posso mettere alla prova la logica e la tenuta emotiva dei personaggi.
D'altra parte, però, i toni più leggeri e brillanti sono una valvola di sfogo fondamentale, sia per me che scrive sia per chi legge. Affrontare la narrazione con ironia non significa superficialità, anzi: spesso l'ironia è lo strumento più acuto per mettere a nudo le nostre fragilità e per rendere i personaggi umani, vicini, adorabilmente imperfetti.
Se dovessi trovare il mio vero baricentro, direi che si trova proprio nel punto di incontro tra queste due anime. Anche nel giallo più cupo cerco sempre di inserire un barlume di luce, magari attraverso la nascita di un sentimento o un legame profondo, e nelle storie più brillanti non rinuncio mai a una solida struttura di suspense. Muovermi tra queste sfumature mi dà una grande libertà espressiva, ed è proprio questo viaggio tra il buio del mistero e la luce dell'ironia che sento davvero mio.


5= Oltre alla scrittura, ami profondamente il cinema, il teatro e i fumetti. Quali sono le opere o gli autori che hanno formato il tuo immaginario narrativo?


Il mio immaginario narrativo è una stanza affollatissima e senza barriere, dove i classici della letteratura dialogano tranquillamente con la cultura pop, il grande cinema e le strisce dei fumetti. Credo che la vera ricchezza per chi scrive stia proprio nel saper rubare segreti da mondi diversi.
Se guardo alla mia formazione letteraria, le mie radici affondano sia nella solida struttura dei grandi classici come Manzoni o Stendhal, capaci di scandagliare l'animo umano e i contesti sociali, sia nella maestria di autori che hanno ridefinito il genere giallo e la suspense. Penso a Stephen King per la tensione psicologica, a Gianrico Carofiglio per la precisione e l'eleganza legale, ad Andrea Camilleri per l'ironia e l'umanità dei suoi personaggi, e a Patricia Cornwell, che con la sua Kay Scarpetta mi ha insegnato il valore del rigore scientifico e investigativo. Ma accanto a loro ci sono sempre stati la leggerezza intelligente di Sophie Kinsella e lo sguardo brillante e tragicomico di Nick Hornby: da loro ho imparato l'importanza del ritmo, dei dialoghi serrati e della commedia umana.
Questa stessa commistione la ritrovo nel cinema e nel teatro, che mi hanno dato il senso della messinscena e della dizione visiva: quando scrivo, io 'vedo' le scene come se fossero su uno schermo o su un palcoscenico, e cerco di trasmettere quella stessa tridimensionalità e fluidità nei movimenti dei personaggi. E poi ci sono i fumetti, un amore profondo che considero una vera scuola di sceneggiatura. Il fumetto ti costringe alla sintesi, a far parlare le immagini e a creare una fortissima empatia tra il lettore e l'eroe – o l'antieroe – in pochissime battute.
In fondo, che si tratti del destino dei personaggi di Manzoni, di un caso della Cornwell o della tavola di un fumetto, ciò che mi affascina è sempre la stessa cosa: la capacità di raccontare una grande storia, agganciando il cuore di chi guarda o legge attraverso il mistero, l'emozione e, perché no, un bel sorriso.



6= Hai raccontato di aver tenuto i tuoi romanzi nel cassetto per anni prima di pubblicarli. Quale paura ti bloccava e qual è stato l'esatto momento in cui hai detto "adesso basta, ci provo"?


Per me la scrittura è nata innanzitutto come un rifugio, uno sfogo personale e un'esigenza intima. All'inizio non scrivevo con l'obiettivo di pubblicare, ma per il puro piacere di farlo, come un esercizio quotidiano per esplorare mondi e dare voce ai miei pensieri. Ho iniziato sperimentando molto nel mondo delle fanfiction, una palestra straordinaria che ti permette di misurarti subito con il ritmo della narrazione e con le reazioni immediate dei lettori. Da lì sono passata ai racconti brevi e alle prime partecipazioni ai concorsi letterari, fino ad arrivare alla sfida più grande: la struttura complessa di un romanzo originale.
La paura che teneva quelle storie chiuse nel cassetto era quella che credo accomuni molti autori: il timore del giudizio, la vulnerabilità di esporre agli altri qualcosa che è nato nella tua intimità e la classica 'sindrome dell'impostore' che ti fa chiedere se quello che hai scritto sia davvero all'altezza. Quando scrivi per te stessa sei protetta, ma quando decidi di pubblicare accetti di mostrarti senza filtri.
L'esatto momento in cui ho detto 'adesso basta, ci provo' non è stato un colpo di fulmine improvviso, ma una consapevolezza maturata un passo alla volta. Partecipare ai concorsi e vedere che i miei racconti non solo piacevano, ma trovavano una loro strada, ha iniziato a scardinare quelle insicurezze. A un certo punto ho guardato i miei romanzi nel cassetto e ho capito che lasciarli lì significava fare un torto ai personaggi e alle storie che avevo amato così tanto creare. Mi sono detta che il rischio del fallimento era comunque preferibile al rimpianto di non averci mai provato. Ho aperto quel cassetto e ho deciso che era arrivato il momento di condividere quel viaggio con i lettori.


7=Se potessi tornare indietro nel tempo e parlare alla Nazarena ventenne, quella che forse sognava di scrivere ma studiava legge, cosa le diresti?


Se guardo indietro a quando avevo vent'anni, l'unico rimpianto è forse quello di non averci creduto un po' di più fin dall'inizio. Se potessi cambiare qualcosa, probabilmente proverei a investire sulla scrittura da subito, cercando di farla diventare una professione a tutti gli effetti, invece di relegarla solo ai ritagli di tempo libero, alla sera o ai momenti di stanchezza.
Però, a dire il vero, mi va bene anche com'è andata. Anche se poi la vita mi ha portata a fare un altro lavoro, ho capito che essere una scrittrice vera non dipende da un contratto o da un tesserino. È una cosa che ti porti dentro: dipende dal tempo che passi a limare una frase, da quanto ti appassioni ai tuoi personaggi e dal fatto che, se non scrivi, ti manca qualcosa.
Alla fine, anche quegli anni passati sui libri di giurisprudenza sono serviti, perché mi hanno dato una forma mentis che oggi uso nei miei gialli. Quindi, va bene così: sono arrivata a pubblicare un passo alla volta, con i piedi ben piantati a terra, e va benissimo così.


8= C'è una parte della tua infanzia o della tua giovinezza a Roma che ritrovi nascosta tra le pagine dei tuoi libri?



Sì, c'è tantissimo della mia vita vissuta che finisce inevitabilmente tra le pagine. Io vivo nello stesso quartiere di Roma da quando sono nata, e questo legame così lungo e radicato con la mia realtà è fondamentale quando scrivo, anche quando cambio città sulla carta.

Nel mio ultimo romanzo uscito a maggio del 2026, 'L'uomo che non ero io', l'ambientazione è proprio il mio quartiere romano. Ho voluto usare i luoghi che frequento tutti i giorni, le strade che conosco a memoria e gli scorci che fanno parte della mia quotidianità da sempre, perché mi veniva naturale muovere i personaggi in un contesto che per me non ha segreti.
In 'Un ispettore tutto mio', invece, la storia si sposta a Torino, ma l'influenza della mia giovinezza e della mia quotidianità si ritrova nei personaggi. Molti spunti caratteriali, certi modi di fare e, soprattutto, quel tipo di battute e di ironia un po' disincantata vengono dritti dal mio vissuto e dalle persone che ho osservato negli anni. In fondo, anche quando si ambienta una storia altrove, si finisce sempre per rubare un po' di quella spontaneità reale per portarla sulla pagina.

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