INTERVISTA A... MARCELLA NARDI

 1= Nei tuoi libri inserisci indizi onesti fin dalle prime pagine o ti piace confondere le acque fino all'ultimo secondo? Qual è, secondo te, il confine tra un colpo di scena geniale e uno che rischia di sembrare troppo forzato per chi legge?

Ciao e grazie per questa bella domanda.

Io cerco sempre di “seminare” indizi veri, ma in modo poco visibile. Mi piace creare, nella seconda parte dei romanzi, delle false piste, anche queste credibili. 

Mi piace anche creare più di un colpo di scena verso la fine, come per esempio ho fatto in Virus, un romanzo di spionaggio internazionale, in cui ci sono due colpi di scena impensabili proprio nelle ultime pagine.  

Un bel colpo di scena o, meglio, uno geniale, deve essere sempre verosimile e deve far dire al lettore “Caspita! Non me lo aspettavo. Ma… a ripensarci bene, avrei potuto intuirlo”. In poche parole, non si deve mai imbrogliare il lettore. Non si può mettere un colpo di scena senza avergli dato un minimo di indizi durante la narrazione.

2= 10 Killer in Famiglia è un esperimento di scrittura condivisa unico, in cui 17 autori utilizzano gli stessi personaggi (i Del Giudice) e la stessa ambientazione (Petraura). Com'è stato coordinarsi con gli altri giallisti? C'è stata una sorta di "Bibbia della serie" per evitare che un autore cambiasse i tratti o il passato di un membro della famiglia?

È stata, e continua ad esserlo visto che ho appena pubblicato il mio secondo romanzo nell’ambito di questa serie, una bellissima esperienza.

Le due ideatrici della saga hanno creato un corposo testo definendo: personaggi, ambiente e criteri. 

Poi, man mano che ognuno di noi scriveva, le trame sono state inserite in un altro testo che viene man mano inviato a ognuno di noi, onde evitare trame simili.

All’inizio ero un po’ scettica, ma poi l’idea mi è piaciuta molto e il primo romanzo sta andando molto bene dopo oltre un anno dalla pubblicazione: L’ENIGMA DEL FILO ROSSO.

3= Nella tua opera L'Ultimo Panfavo, l'ombra del crimine si lega a un sapore antico e le dinamiche ruotano attorno al cibo e alla tradizione locale. Come ti è venuta l'idea di utilizzare un elemento così conviviale e domestico (il panfavo) come perno attorno a cui far ruotare un segreto mortale?

Nei miei 45 anni di vita in Italia, ma una cosa simile avviene anche nel piccolo centro alle porte di Seattle dove vivo ora, tra ciò che definisce le tradizioni locali c’è anche l’aspetto alimentare.  

In Italia, vivevo in Brianza e il paesino aveva una sua ricetta particolare di un dolce che veniva fatto solo durante la festa di paese.

Poi non molto tempo fa avevo letto una notizia di cronaca nera, in una nazione asiatica, dove due cuochi si erano letteralmente scannati per via dei loro ristoranti. Insomma… ho pensato a un dolce come perno per dei delitti.

4= Nel 2008 hai lasciato una solida carriera ventennale nell'informatica a Milano per trasferirti a Seattle. Cosa ha spinto una professionista della tecnologia a mollare tutto per l'America? Questo radicale cambio di vita e di Paese ha agito come un catalizzatore per la tua urgenza di scrivere e pubblicare romanzi?

Grazie per questa domanda. È la prima volta che me lo si chiede. 

I motivi del trasferimento sono legati all’andamento italiano nel 2008 e negli anni precedenti. Io lavoravo in IBM Italia che, ormai da molti anni, stava riducendo drasticamente il personale con tutti i modi possibili consentiti allora dalla legge italiana sul lavoro. Io avevo già 45 anni ed ero tra quelli a rischio. Mio marito, anch’egli nel settore informatico, aveva avuto notifica che la sua azienda avrebbe chiuso nel giro di 2 anni (cosa che è accaduta realmente). In quel periodo, come avveniva già da tempo, in Italia dopo i 35 anni di età si era considerati già anziani e trovare un buon lavoro era diventato davvero un problema. L’azienda milanese dove mio marito stava lavorando aveva iniziato a mandarlo sempre più spesso in trasferta qui a Seattle presso la sede centrale della Microsoft. Alla fine del 2007, essendo lui americano, ma grande amante dell’Italia (infatti ci eravamo conosciuti a Milano nel 1992 e lui non ebbe problemi a rimanere in Italia), ricevette qui dalla Microsoft un’offerta di lavoro fantastica. La Microsoft avrebbe seguito, inoltre, tutta la mia lunga pratica di immigrazione e ci avrebbe pagato l’intero trasloco. Non avendo figli, abbiamo pensato che all’età di 45 anni una fortuna del genere non sarebbe mai più capitata. Abbiamo accettato anche perché io ero stufa di lavorare mille ore al giorno e non poter seguire i miei tanti hobby. Grazie a questa offerta io avrei potuto permettermi di cambiare drasticamente la mia vita. Così ho fatto. Ho iniziato a insegnare italiano, inglese, fare traduzioni, insegnare modellismo storico e… ho iniziato a scrivere. Da piccola lo facevo.  

5= Se dovessi guardare alla tua prima serie con il commissario Marcella Randi e confrontarla con l'avvocato Joe Spark a Seattle o il reporter Teddy Walker negli anni '50, in quale di questi libri senti di aver osato di più a livello di trama o di soluzioni narrative?

Bellissima domanda anche questa. Certamente ho osato di più con l’avvocato Joe Spark, perché ho dovuto imparare molte differenze tra il sistema giudiziario italiano e quello americano. Per Teddy Walker, avendo io vissuto negli anni ’60 e ’70, mi sono trovata abbastanza bene a descrivere un mondo senza cellulari, con fumo di sigaretta e niente computer. I reporter, poi, hanno un modo di agire simile quasi ovunque nel mondo. Con Joe Spark ho chiesto aiuto spesso a un’amica italo/americana che è avvocato qui a Seattle e segue anche uno studio di Milano. Lei è molto ferrata nelle differenze tra i due sistemi giudiziari. Molto bene sta andando anche la mia serie che si svolge a Milano con una poliziotta esperta in profilazione. Come soluzioni narrative, forse anche quella con Vanessa Fontana, profiler milanese, mi ha portato ad analizzare meglio gli aspetti psicologici del killer. 







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